Stazione #19 Aligi

Vittoriale degli Italiani

Teoria del Seme

Forse è impossibile imbastire una qualche teoria che accompagni la crescita di un seme. Ed è impossibile per la sola ragione che questo seme da me impiantato in Sicilia – il seme dell’arte, il seme della vita, il seme di quel che vuoi – contiene già di per sé la teoria di ciò che è o potrà diventare. È tutta la mia opera che nasce sotto questo segno: il segno del possibile e della necessità. Né mi persuadono fino in fondo le teorie concettualistiche che ritengono ancora oggi di poter fare a meno dell’opera. Per dirla più chiaramente: se il muro di Berlino è caduto, restano in piedi altri muri, altre chiusure, e tanto basta a capire che è dei poeti che c’è bisogno in questo momento, non degli “intellettuali”. L’artista, infatti, è responsabile di quel che fa, non di quel che dice.

Sono d’altra parte convinto che il modo di gestire le cose contenga in sé elementi di qualche misura teorici e per ciò stesso capaci di illuminare la visione complessiva che l’artista ha del proprio lavoro. Dimmi con chi vai, insomma, e ti dirò chi sei. Spiegami come è nato il progetto e ti dirò se ne vale la pena.

La storia è semplice. La mia città d’origine – Barcellona di Sicilia, una città non più degradata del resto del mondo – ha deciso di affidarsi all’arte e alla cultura per tentare una inversione di marcia che liberi dal degrado. E si è rivolta a me – che là sono nato e là ho trascorso i miei primi anni di vita – per chiedermi di inventare un qualcosa di inedito in grado di risvegliare un interesse non puramente localistico e cittadino: qualcosa, insomma, che avesse un forte, inequivocabile spirito mobilitante.

Sono occasioni che si offrono raramente ad un artista, ed è chiaro che ho accolto l’invito con molto entusiasmo, soprattutto per i risvolti morali e civili che esso presenta, oggi pressoché assenti sulla scena dell’arte inter- nazionale. Così ho proposto al sindaco della città il seme. O meglio: il Seme d’arancia.

Tutto questo, naturalmente, non per bizzarria o voglia di stupire, quanto per una serie di ragioni che elenco velocemente.
Nessun dubbio, intanto, che in una contrada un tempo florida per gli agrumi – come la mia Barcellona, per l’appunto – era necessario trovare fin dall’inizio un segnale piuttosto forte, capace di accendere una gente a volte candida a volte tortuosa, e tuttavia non priva di immaginazione e slancio. Tanto è vero che proprio i vecchi agrumai sono stati tra i primi a capire il senso della proposta, offrendomi la loro esperienza e i loro consigli al momento di impiantare il giardino d’aranci da me previsto a compi- mento dell’opera.

È evidente, in altre parole, che voglio dare al mio lavoro un significato in qualche modo corale: evitando tuttavia quella coralità spontaneista dell’happening che personalmente mi ha sempre lasciato freddino e che, dopo tutto, è ormai largamente scontata. A mi parere invece (e si intende che parlo esclusivamente per me) bisogna perseguire un’arte la cui capacità di coinvolgere vada esattamente di pari passo con la sua tenuta formale.

È in quest’ottica che il seme darà immediatamente i suoi frutti, se è vero, come è vero, che la grande scultura avrà per seguito un convegno agroalimentare – Le arance siciliane e la sfida globale – che sarò io stesso a promuovere e a presiedere, se non altro per dare il senso di un’arte capace di prendersi le sue responsabilità fino in fondo, piuttosto che appiattirsi servilmente sul listino di Borsa.

È l’arte, insomma, che produce l’economia, non viceversa. E pazienza se i pronipoti di Marx non saranno d’accordo: da che mondo è mondo, sono sempre i poeti a mettere i filosofi con le spalle al muro.

Va da sé che un progetto come questo, proprio per la sua singolarità, comporta una serie di problemi stilistico – formali che richiedono soluzioni appropriate. Soluzioni, voglio dire, concepite e pensate proprio per la Sicilia. Non si può inventare, lavorare nel vuoto pneumatico del denaro; e per me è quasi naturale, in quel clima e in quel paesaggio, che l’opera sia realizzata con una combinazione di scorie volcaniche, resina, tufo e arenaria, la pietra degli antichi teatri di Grecia e Sicilia. Né è del tutto casuale, in un tale consenso, che la lingua italiana da me adottata per l’iscrizione sia chiamata a riecheggiare e riflettere le altre lingue d’Europa: potentemente sbalzata nel sasso friabile, calda e fuorviante come il gran seme finalmente visibile.

Ma su quale terreno cadrà il seme di pietra? E quale fertilizzante potrà maturarlo? E dopo quanti anni nascerà il frutto titanico? Dopo un secolo? O dopo tre? E dove, soprattutto? E come?

L’operazione può diventare, in pratica, il modo più semplice per segna- lare una condizione di malessere che ormai sfugge completamente a chi continua a non capire (o non vuole) che la concretezza finanziaria è cosa naturalmente ben diversa dalla concretezza dell’arte. Quale è infatti la concretezza di tutti coloro che ancora oggi si ostinano a sottovalutare l’autonomia imponderabile del conoscere umano e dell’inventa- re? Dire e ripetere fino alla noia che la misura dell’arte è il denaro e soltanto il denaro – così come al tempo di Stalin era l’ideologia di Zdanov –, dimenticando tranquillamente che anche il denaro è in sé un’astrazione, anzi la massima astrazione possibile, come dimostra di questi tempi la difficoltà di far nascere l’Europa unicamente sui parametri fissati dai grandi banchieri. Mentre è indubitabile che senza una cultura autenticamente nuova e innovativa, e per ciò stesso legata ai veri bisogni di chi la produce, non può esistere neppure l’economia reale, quella che dà lavoro, respiro alla gente.

È proprio la dimensione della concretezza, semmai, che può aiutare il mondo a riscoprire quel filo dell’azzardo e del rischio che l’arte occidentale ha smarrito per la sua parte da almeno trent’anni: da quando, cioè, a partire dagli anni sessanta, si è preferito dar fondo al capitale di invenzioni accumulato in un secolo dalle avanguardie europee, senza reinvestire in cambio in un nuovo sapere artistico o in una nuova ricerca che non fosse puramente tecnologica e strumentale.

È perché la mia opera nasce in una prospettiva concretamente europea, in altre parole, che un rischio personale posso e voglio ancora correrlo, ricordandomi non a caso che uomini come Mozart, Wagner o Weber, alla loro epoca, reagirono con la creazione dell’Opera Tedesca al dilagare del Melodramma Italiano, favorendo così la discussione e lo scambio.

Oggi, di fronte al consumarsi del Melodramma Americano in tutte le forme dell’arte e della cultura, è forse venuta l’ora di incominciare a pensare con il massimo impegno possibile alla creazione di un’Opera Europea che aprendosi al mondo sostituisca con un confronto serio e diretto il tifo da stadio dei fans.

Rimane la domanda di fondo: perché la Sicilia, perché questa terra d’Italia. E la risposta è, almeno per me, che trovo bizzarramente ideologica – anzi dogmatica – una globalizzazione del linguaggio artistico che a certe latitudini sembra fatta appo- sta per coprire i provinciali, inconfessati interessi di chi scambia per apertura cosmo- polita una omologazione del gusto che con la conoscenza reale del mondo non ha niente a che fare.

È qui, per l’appunto, che scatta la forza critica e creativa dell’arte: proprio là dove un artista può prendersi il lusso di tornare a una Sicilia che, se da un lato è quanto di più “locale” si possa immaginare (in quanto l’artista è nato proprio lì, in quella terra, in quella città e non altrove), dall’altro certamente rimane uno dei luoghi deputati della cultura universale, un po’ come l’Irlanda di Joyce o l’Israele dei Dieci Comandamenti. Con una precisazione ulteriore, se necessario: che la Sicilia è sì un’isola, ma un’isola continente, per così dire, aperta a tutta la storia e a tutte le storie, e dunque non solo non è riducibile a un unico modello culturale, ma semmai contiene tutti i modelli e tutti li nega e li trascende, costringendo a volte gli studiosi a parlare di CarSicilie piuttosto che di Sicilia, così come sarebbe più giusto parlare di Americhe piuttosto che di America o Stati Uniti. In altri termini è proprio questo rifiuto (il rifiuto del modello unico, probabilmente iscritto nel Dna dei siciliani) che alla fin fine può fare della Sicilia una delle forze più affidabili per lo sviluppo democratico di un’Europa che nasce al rallentatore. Ma nasce.

Quanto poi all’immagine da me inventata per questa operazione squisitamente estetica – alla quale intendo dare ciò nondimeno una precisa, inequivocabile valenza economica – non è sicuramente un caso che la mia scelta sia caduta su un minuscolo seme d’arancia piuttosto che su altri segni ben più riconoscibili e conclamati della società consumistica postmoderna, a questo punto troppo forte e minacciosa per avere bisogno del mio aiuto o di quello degli altri artisti. Io non lavoro sulla clonazione planetaria. Non rappresento ciò che già di per sé è fin troppo vistoso e visibile, e dunque non ha bisogno di rappresentazioni ulteriori. Io, più modestamente, rappresento l’invisibile. Il seme che non si vede. Mac’è.

In Seme d’arancia, Electa, Milano 1998

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